CONTROLLO NON CONTROLLO

Oggi riflettevo su come poche cose o aspetti, nella vita fuori di me, possono essere comandate e controllate, molte altre, le più, vanno accettate per quel che sono. Ti ci ritrovi?
Per qualcuno di noi, tipo me, non è così banale portare sempre questo tipo di realizzazione nelle faccende del quotidiano. C’è sempre una punta del tranello che mi fa rimanere ancorato all’illusione. A volte pur riconoscendole l’ovvietà rimango ugualmente travolto dalle situazioni esterne, dai fatti, dagli algoritmi.
Tendenzialmente siamo, chi più chi meno, ammaestrati nell’illusione del controllo e scambiamo l’intenzione con la capacità di poter gestire ciò che è furori da noi. Il desidero di arrivare lì, l’essere quello, fare quell’altro, ecc. Una danza tra la chimera e l’abbandono.
Parlo di illusione perché la vita nella sua schiettezza ci pone davanti ogni giorno al fatto che ciò che è fuori da noi non può essere controllato se non in piccolissima parte. Le volte che ci sembra che ci sia del controllo, oKKio, non significa che sia così e comunque cambierà stiamone certi.
Utilizziamo tanta energia nel controllo dell’illusione, nella relazione di coppia, sui figli, sugli amici (qui un po’ meno), sulle faccende politiche e su quelle spirituali. In tutti gli ambiti relazionali tendenzialmente lo schema illusorio è lo stesso e si ripete. Questo atteggiamento fallace strema e genera una grande fonte di sofferenza.
Osservando in profondità, ma neanche tanto, possiamo realizzare che l’origine di questa illusione è l’autoidentificazione, la presa di potere del pensiero ‘io sono questo’. Un pensiero così strutturato da generazioni che appare come qualcosa di reale e concreto.
‘Quell’io sono’ a cui diamo il potere di comandare e non di rendere servizio è il seme di questa illusione e le molte sofferenze maturano proprio da questa prima ed evolutiva potente allucinazione.
In un modo o in un altro tutte le indagini fatte dall’uomo rivolte all’accettazione o liberazione di gran parte della sofferenza e dalla tristezza mentale convergono su questo aspetto. Non a caso una delle più importanti scuole teorico filosofiche indiane, il Vedanta, indica come pratica di risveglio da questo sogno l’analisi analitica e soteriologica attraverso la domanda: “chi sono io?”
Nel mondo contemporaneo la secolarizzazione fa dell’io prevalentemente un consumatore, ingranaggio del sistema. Nel mondo religioso, assai più rodato, è ancora strumento, di un Dio. È per questa percezione distorta, anche se chiaramente in parte funzionale, che cadiamo nella confusione, nella paura e nella violenza.
Realizzare esperienzialmente che l’io è una gran bella formazione mentale e che molte, se non tutte, le cose esterne da noi sono fuori dal nostro controllo, ci pone istantaneamente su un via completamente diversa.
Credo che una buona parte della maturazione o “saggezza” sia rappresentata dalla presa di coscienza che questo aspetto vada integrato nell’ordine delle cose.
Secondo me questo non dovrebbe spingerci all’arrendevolezza, al nichilismo o al carpe diem, anzi. Come dice la preghiera della serenità, “prego dio di darmi il coraggio di cambiare quel che posso cambiare, la forza di accettare quel che non posso cambiare e la lucidità di distinguere sempre la differenza” (Capiamo il concetto!)
Portare luce su questi aspetti è un modo per concentrarsi sulle parti della vita che possiamo veramente cambiare. Che è tutta “roba” interna a noi.
È il modo di reagire o agire ai cambiamenti esterni che possiamo unicamente cambiare, il nostro atteggiamento, il nostro sentire, i pensieri che nutriamo, le convinzioni, i dubbi, il modo con cui mi relaziono agli altri.
Riuscendo a fare questo, ci ritagliamo un pezzo di serenità che altrimenti sarebbe irraggiungibile.
Non è facile, lo so, lo sperimento ogni giorno, ma come dire: “è facile lottare tutti i giorni per controllare l’incontrollabile?”.
Lo studio, la pratica dell’attenzione e della contemplazione ci vengono in aiuto.
Con l’allenamento meditativo quotidiano ci mettiamo, come testimoni, di fronte al funzionamento del processo mentale, alle sensazioni corporee e a questo livello di ascolto, quel piccolo io illusorio torna a essere quello che è veramente.
Ora sorge un sospiro di sollievo, una distensione che chiamiamo sorriso e una rinnovata stabilità si impianta nella nostra profondità più intima.
Le pratiche meditative non creano una nuova realtà, rivelano l’illusione.
(Preciso che di pratiche ce ne sono molte e che non sono adatte a tutte le persone. Portiamo sempre attenzione).
Rimaniamo uniti!